55 vasche

55-Vasche

Mille vite non avranno mai quello che ho vissuto io. Alla fine so che il tempo cancella la memoria, e so che le storie degli uomini passano via. Ma quella scintilla vitale, quell’energia rinvenuta in un giorno difficile a Miami contando le vasche d’una piscina, restano il segno fuori dal tempo che la forza che abbiamo dentro di noi è una risorsa straordinaria per il contrasto alla minaccia potente della morte. Il futuro lo confermerà.

Durante in miei anni da studentessa all’Università degli studi di Torino, il giornalista Mimmo Càndito è stato mio docente di linguaggio giornalistico. Ogni mattina noi studenti entravamo in aula con il desiderio di trovarlo dietro la scrivania pronto a raccontare le sue storie straordinarie di corrispondente di guerra. Non sempre era presente ma col passare dei mesi, capimmo che dovevamo adeguarci ai suoi ritmi e a quelli del suo lavoro che lo mandava in giro per il globo a seguire le guerre in Afghanistan, Iran, Iraq, Libia e quella del Golfo che gli provocò un tumore a un polmone. Era un uomo coraggioso, colto e libero, di rara educazione. Sempre disponibile nel donare consigli, a raccontarsi e inaspettatamente velocissimo nel rispondere alle mail dei suoi studenti anche se si trovava dall’altra parte del mondo in condizioni non proprio confortevoli. Purtroppo lo scorso marzo ci ha lasciati ma le sue lezioni, di scuola e di vita, rimarranno impresse sempre nella mia mente. 55 vasche è stato uno dei migliori libri letti negli ultimi tempi e ne voglio condividere un piccolo estratto.

Mi ero svegliato tardi, perché la sessione di chemio del giorno precedente era stata davvero pesante, brutale, e mi aveva piegato in due. Non ero andato nemmeno al mare, e anche Marinella era rimasta a casa a scrivere. A mezzogiorno, però, decisi che non importava: quello che non avevo fatto all’alba, dovevo farlo ora. Scesi in piscina. Non c’era nessuno, il caldo e il sole attutivano il profumo della siepe. Mi calai in acqua, con un sospiro che mi veniva da dentro, lungo, preoccupato, e mi distesi per cominciare a nuotare. Iniziai lentamente, perché mi sentivo molto debole, poi tentai di ritrovare il ritmo, progressivamente, senza mai forzare. Feci una ventina di bracciate, un po’ più rilassato, ma ancora non ero affatto soddisfatto; una fatica imprevista mi rendeva pesanti braccia e gambe, e il galleggiamento comportava un impegno inusuale. E tuttavia non potevo mica fermarmi; dovevo continuare comunque. E continuai. Due, tre, quattro, dieci vasche, ma sempre con quella sensazione di fatica che mi bloccava il respiro e induriva i muscoli. Non potevo smettere, però: dovevo continuare. Dovevo. Mi rovesciai e ripresi un’altra vasca, la undicesima. Avevo ancora molto tempo davanti a me, molta fatica. Forza, dai, uno-due, respiro, uno-due, respiro, uno-due, respiro, e arrivai in fondo, finalmente, e mi rovesciai; ma era come se non ce la facessi a uscir fuori, all’aria, ero privo d’ogni forza, quasi rattrappito. Venni in superficie, alla fine, ma dovetti bloccarmi: non riuscivo più a respirare, il fiato era tronco, galleggiavo a stento. Dovetti aggrapparmi alla scaletta, per non affogare. E stetti lì per qualche minuto, avvinghiato, il respiro affannoso, il cuore che scoppiava. Risalii a fatica i gradini, e andai a stendermi sul lettino. Il tumore mi aveva sopraffatto, e io ero soltanto la larva della mia morte […] Con gli occhi chiusi, facevo i conti con me stesso. Non avevo mai ceduto di fronte all’impossibilità, sempre avevo tentato di andare oltre, e alla fine ce l’avevo fatta. E quasi a risarcirmi di questo cedimento che mai avrei voluto, ora tiravo fuori dalla mia testa immagini e storie che mi rassicuravano: era come un film di vecchie sequenze alle quali mi aggrappavo, umiliato ora ma anche orgoglioso di quel passato, la lunga notte nella stazioncina sulle Ande, la trappola quasi mortale in Salvador, la Libia di Gheddafi, l’Afghanistan impenetrabile. […] Riaprii gli occhi. No, non potevo cedere. Riscesi allora in acqua, e cominciai a nuotare, lentamente e però con una energia che avevo dimenticato. Quando fai una lunga nuotata, se ci sei abituato, il tempo non passa mai; in testa s’incrociano mille pensieri, mille idee, progetti, desideri, qualche rimpianto, però alla fine su tutto vince la noia, per la monotonia spossante dell’impegno. Io invece, quel giorno, m’accorsi subito che in testa avevo ancora l’Afghanistan, Tripoli, il Salvador, Baghdad, perfino quel salto in lungo che a Trapani mi aveva fatto fare un record inaspettato e io correvo e correvo nella pista facendo balzi di gioia che nemmeno Lewis. Uno-due, respiro, uno-due, respiro, le bracciate si susseguivano ritmiche, distese, e così le vasche, una dopo l’altra, che io le contavo mentre correvo felice sulla pista di Trapani e mi rifugiavo dal cecchino nella piazza Verde di Tripoli. […] Ventisei, ventisette, ventotto, ero una macchina furiosa, un motore a pistoni che macina lo spazio e il tempo. Poi quaranta, poi cinquanta, e non mi fermavo ancora, poi 51, 52, 53… Decisi che a 55 poteva bastare. E quando contati 55 mi arrampicai su per la scaletta, e guardai l’orologio al polso: avevo nuotato per un’ora e cinque minuti. Mi sentii quel Gregorio guardiano del pretorio che c’aveva ddu metri de torace nella televisione del Carosello, al tempo della mia adolescenza; il mondo era nelle mie mani. Con un sospiro d’orgoglio, guardai in alto, il sole, e l’azzurro luminoso del cielo; con uno sguardo incontro lassù, al quattordicesimo piano, Marinella che intanto si era affacciata al balcone, in pensiero per quella mia lunga assenza. Lei doveva aver visto l’ultima parte del mio combattimento dentro l’acqua. Sorrise dell’alto, e mi fece ok con le dita della mano. Anche se lei non poteva sentirmi, le dissi piano: <<Sì, ce la faremo>>.


2 risposte a "55 vasche"

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