L’insostenibile leggerezza dell’essere

Scritto da Milan Kundera nel 1984. È un romanzo avvincente che contiene al suo interno una serie di spunti di carattere storico e filosofico anche se fondamentale risulta essere quest’ultimo. Infatti il libro si apre con la teoria di Nietzsche dell’eterno ritorno secondo cui un giorno ogni nostra azione si ripeterà così come l’abbiamo vissuta e, anche questa ripetizione, si ripeterà poi all’infinito. Questo assunto porta alla considerazione che ciò che avviene una volta sola nella vita non ha alcun valore, ovvero che l’uomo affronta la vita impreparato in quanto l’azione che compie sono già una prova che ha in sé la sua validità, come un attore che entra in scena improvvisando. Se l’uomo può vivere una sola vita è come se non vivesse affatto (Einmal ist keinmal – ossia ciò che avviene una sola volta è come se non fosse mai avvenuto). Sul contesto filosofico si intreccia poi quello storico con l’invasione della Boemia da parte dei Russi e la primavera di Praga, e infine quello politico con la condanna del totalitarismo comunista russo, ma non del comunismo. All’interno di questi contesti ruotano le vicende dei vari personaggi. Un libro impegnativo e sorprendente, in cui il lettore a tratti si rivede nei quattro protagonisti, nel mio caso in Tereza, con la sua Anna Karenina sotto il braccio, come difesa a ciò che mi circonda.  Di seguito, le frasi più belle:

Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece che resisterle, ci si vuole abbandonare ad essa. Ci si ubriaca della  propria debolezza, si vuole essere ancora più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso. […]

Chi tende continuamente <<verso l’alto>> deve aspettarsi prima o poi d’essere colto dalla vertigine. Che cos’è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.

Il libro era per Tereza il segno di riconoscimento di una fratellanza segreta. Contro il mondo della volgarità che la circondava, essa aveva infatti un’unica difesa: i libri che prendeva in prestito alla biblioteca comunale.; soprattutto i romanzi: ne aveva letti un’infinità, da Fielding a Thomas Mann. Le offrivano la possibilità di una fuga immaginaria da quella vita che non dava alcuna soddisfazione, ma avevano significato per lei anche in quanto oggetti: le piaceva passeggiare per strada con dei libri sotto il braccio .  essi rappresentavamo per lei ciò che il bastone da passeggio rappresentava per il dandy  del secolo scorso. La distinguevano dagli altri.

Era il senso della bellezza che la liberava di colpo dall’angoscia e la riempiva di un nuovo desiderio di vivere.

Tutti noi consideriamo impensabile che l’amore della nostra vita possa essere qualcosa di leggero, qualcosa che non ha peso, riteniamo che il nostro amore sia qualcosa che doveva necessariamente essere; che senza di esso la nostra vita non sarebbe stata la nostra vita.

Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?

Chi cerca l’infinito non ha che da chiudere gli occhi.

Non si sa mai che cosa volere, perché, vivendo una sola vita, non possiamo né paragonarla con le precedenti, né migliorarla in quelle a venire.

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8 risposte a "L’insostenibile leggerezza dell’essere"

  1. Kundera è (è stato) uno dei miei autori preferiti. Certo che leggerlo ora è molto diverso che leggerlo vent’anni fa. Poi è diventato un’icona (nel bene e nel male) citato e parafrasato perfino da Jovanotti (Mi fido di te).
    Comunque per me resta sempre un grande.

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  2. Bellissima recensione e libro indimenticabile. La scena finale poi dopo aver attraversato la “tragedia” della vita, con quella musica che proviene dal basso, avvolgimento struggente di infinito nella realtà del mondo. Complimenti ancora

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  3. Bella recensione, ho letto il libro molti anni fa (probabilmente poco dopo la sua uscita…) per quanto mi ricordo i personaggi
    sono tutti in un modo o nell’altro involuti in una forma di egocentrismo, non c’è uscita positiva verso gli altri,
    non c’è ciò che l’amore deve rappresentare, il dono di se stessi agli altri, senza se e senza ma…
    Questa forma di leggerezza della vita, delle relazioni, la ricerca dell’unico vero amore in contrasto con
    la casualità della vita, degli incontri,viene bene descritta nel romanzo, ma non altrettanto emerge una
    via di uscita, una soluzione reale che possa rendere la vita non solamente un sequenza di eventi e di incontri casuali
    ma un percorso con un fine ed uno scopo.
    D’altra parte ha un suo senso nello spirito del libro quanto affermi nel seguito (chiedo scusa per il tu ma il Lei mi sembra una forma piuttosto arcaica da usare):” Non si sa mai che cosa
    volere, perché, vivendo una sola vita, non possiamo né paragonarla con le
    precedenti, né migliorarla in quelle a venire.”

    Ma, mi permetto in merito a questo di porti alcune domande (tra l’altro siamo anche in periodo direi adatto per le riflessioni..):

    Quale senso avrebbe poter vivere innumerevoli vite se non ne conosciamo il fine ultimo o peggio se questo non esistesse? Sarebbe
    questo di per se il fine ultimo? Vivere infinite vite senza soluzione di continuità?

    Anche ammesso di poter ricordare tutte le vite precedenti e di poter scegliere a piacimento una direzione piuttosto che un altra per
    le vite future, con quale criterio scegliere una via piuttosto che un altra se non ne conosciamo la destinazione?

    Incertezza, difficoltà di decisione, navigare continuamente fra poli opposti senza riuscire mai a
    orientare il timone, e questo con cui la maggior parte delle persone si trova a dover avere a che fare ma,
    nell’ipotesi di esistenza di una verità assoluta di un fine ultimo si è veramente disposti ad accettarlo
    o ci fa piuttosto comodo vivere di verità relative e pertanto liberamente intercambiabili a seconda
    della nostra condizione?

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